Pietro Caprara, modenese, ha iniziato a lavorare come telemetrista nel team Yamaha WCM nel 1997, al fianco di Luca Cadalora, poi di Regis Laconi. Dopo alcune stagioni passate in 125 e in 250 cc, nel 2002 Caprara torna nella classe regina nel ruolo di direttore tecnico del team Yamaha D’Antin (piloti: Norick Abe e Pere Riba). Nel 2004 è il capotecnico di Jeremy McWilliams nel team Aprilia MotoGP. Nel 2005 il ritorno nella 250, prima con Casey Stoner nel team LCR poi, nel biennio 2006-2007, nel team Aspar con Alex De Angelis. Il quarto posto colto al debutto da Andrea Dovizioso ha segnato il suo ritorno in MotoGP.
I debuttanti si fidano di più dell’elettronica
“L’apprendistato di Andrea è stato relativamente facile, perché le sue doti a livello di forma mentis, di approccio al lavoro, aiutano tantissimo nella ricerca della messa a punto. È un pilota che sa sempre quello che vuole, si potrebbe dire quasi troppo pignolo… Questo è un suo grande punto di forza, che pochi altri piloti hanno e che deriva dal suo carattere e dalla sua formazione tecnica. In più, e questo vale anche per gli altri debuttanti Lorenzo e De Angelis, si è formato nella 250 in un periodo in cui questa categoria era molto selettiva”.
La tua ultima esperienza in MotoGP è del 2004, con l’Aprilia. Com’è stato ricominciare con la Honda?
“Ci troviamo molto bene con loro: da quello che ho potuto capire la Honda ha lavorato molto per far sì che il prodotto finale da affidare ai team fosse semplice da gestire. In questo modo il lavoro della squadra è facilitato. Nonostante questo, ci sono buoni margini per lavorare sulle sospensioni: un aspetto molto importante per far sempre in modo che sospensioni, telaio e gomme si sposino alla perfezione per scaricare a terra i cavalli. In generale, mi aspettavo una HRC più chiusa, e invece devo ammettere che sono molto aperti; anche la Michelin sta impegnandosi a fondo, e ha grande fiducia nelle doti di collaudatore di Dovizioso, tanto ad tenerlo in considerazione più di altri piloti con maggiore esperienza”.
La prestazione di Andrea nel primo Gran Premio ti ha sorpreso?
“Analizzando i dati dei test, si poteva ipotizzare che Andrea riuscisse a tenere un passo simile a quello che ha poi mostrato in gara; chiaramente, la posizione finale è sempre difficile da indovinare, e sicuramente il suo quarto posto mi ha sorpreso. Andrea è riuscito a gestire la condizione limite di aderenza delle gomme per tutto l’arco della gara, e questo sicuramente gli ha dato qualcosa in più rispetto a quello che poteva garantire la moto”.
Debuttanti subito vincenti in MotoGP: un risultato dato più dal talento dei nuovi arrivati, o dal fatto che le 800 di oggi sono più “facili” da guidare?
“Il loro talento è fuori discussione: parlando di Dovizioso, Lorenzo e De Angelis, è chiaro come la 250, fatta ad altissimo livello come l’hanno affrontata loro, sia stata per loro un’ottima scuola. Forse, un’altra spiegazione del loro debutto da protagonisti può essere data da una maggiore fiducia nei controlli elettronici rispetto a un pilota più navigato, che arriva dalle MotoGP da 990 cc, che probabilmente ci pensa due volte, prima di affidarsi totalmente ai controlli elettronici, mentre ai nuovi ragazzini terribili viene normale, anche perché la moto loro se la sono ritrovata tra le mani così… Diciamo che guidano senza pensare troppo. L’esempio che mi viene da fare è quello relativo alla differenza di prestazioni che c’è attualmente tra Stoner e Melandri”.
Un’ulteriore dimostrazione di quanto la gestione dei controlli elettronici non rappresenti una difficoltà per le new entry, anzi…
“Proprio così: Dovizioso mostra sempre molto interesse per questo aspetto, e infatti passiamo sempre tantissimo tempo a studiare nuove strategie di elettronica. Un lavoro che ha poi un effettivo riscontro in pista, anziché creare problemi ad Andrea, che rimane sempre molto lucido riuscendo a sfruttare al meglio le caratteristiche di questa moto”.
I risultati di Andrea Dovizioso sono ancora più incredibili se si considera che non solo il pilota, ma anche praticamente l’intero team, sono a digiuno di esperienza in MotoGP. Anche il responsabile tecnico del team JiR Scot, Gianni Berti, arriva infatti come “Dovi” da una lunga militanza nelle classi a due tempi. Berti ha iniziato la propria carriera nel Motomondiale in 250 come meccanico di Loris Reggiani in Aprilia nel 1988, dopodiché ha vissuto da vicino il titolo mondiale di Tetsuya Harada con la Yamaha nel 1993, e i trionfi di Max Biaggi con l’Aprilia ufficiale dal 1994 al 1996. Dopo l’esperienza con l’Aprilia 500 a due tempi, nel biennio 1999-2000 con Harada, il ritorno alla quarto di litro, prima con il team Gresini, poi con il team Fortuna di Dani Amatriain. Dal 2005 è nel team Scot con Andrea Dovizioso, che ha seguito anche nel passaggio in MotoGP.
Come vengono affrontati i primi test in MotoGP, se sia il pilota che i tecnici non hanno esperienza riguardo alla moto che si trovano di fronte?
“E’ un approccio abbastanza difficoltoso, perché è tutto nuovo, e bisogna accumulare esperienza partendo da zero. Un aiuto fondamentale è però arrivato dalla HRC, che ci ha messo a disposizione i suoi tecnici sin dall’inizio: con loro si è instaurato subito un rapporto molto aperto, per cui quando c’è qualsiasi cosa che non va, loro sono presenti. Diciamo che riescono a darti l’esperienza che ti manca”.
L’approccio di Dovizioso, invece, com’è stato?
“Molto positivo e molto professionale: ha cercato di curare subito tutti i minimi particolari della moto sin dall’inizio, rimanendo a stretto contatto con la HRC, la Michelin e la Showa. Grazie a questo suo comportamento è riuscito a ricevere, diciamo così, qualche aiuto, che inizialmente ha ovviato alla sua mancanza di esperienza con queste moto. Un’altra cosa importantissima, che secondo me sta aiutando tantissimo Dovizioso in questa prima fase in MotoGP, sono stati gli ultimi due anni trascorsi in 250, dove ha avuto a che fare con un mezzo inferiore alla concorrenza: ha imparato a soffrire, perciò ora tutto gli riesce più semplice, anche le cose più complicate…”.
